Dolore sano

Possiamo da soli intuire che averci una “scheggia” piantata da qualche parte, finché è scheggia non è sana per niente; basta un piccolo movimento a fare un dolore cane, oppure addirittura può sanguinare. E’ necessario estrarre la scheggia, medicare, dopodiché vediamo comparire la cicatrice al posto della ferita.
Il dolore sano è una cicatrice. Difatti, mentre la ferita in atto sanguina, la cicatrice no. Essa è memoria della ferita e la memoria è sempre un poco dolorosa; anche quando il contenuto del ricordo sia felice c’è il dolore del tempo che passa.
Se stiamo ricordando qualcosa di molto bello che accadde vuol dire che non è presente. “Fu”, accadde nel passato, e il fatto di dover accettare l’irrevocabilità del tempo fa parte del comune sano dolore umano. Dolore sano che è prezioso poiché ci dà testimonianza del dolore per l’ “oggetto” perduto che può essere anche il nostro tempo o la nostra infanzia, perduti nella fattualità, tuttavia recuperati nella sola forma possibile.
Beh, il solo risarcimento del fatto che il passato non torna indietro, fattualmente, è la memoria, i ricordi in breve. In tal senso la possibilità di trarre vantaggio da una scheggia che sia in atto, passa attraverso l’elaborazione che trasformi la scheggia in una cicatrice.
Ogni vicenda amorosa, provando a descrivere tale concetto con un esempio, è sempre accompagnata da una certa quota di dolore, e siamo fortunati quando questo dolore è quello sano, quando non è dunque ne angoscia ne violenza. Perché? Perché quando è sano in amore come in altre circostanze, non suggerisce vendetta, ma semmai riparazione.
E’ doloroso per il bambino riconoscere che l’amore, anima e corpo, per la mamma ha un “alto là” che s’incarna nella frase: “devi andare a dormire nel tuo letto”. E’ altrettanto doloroso per la mamma, un poco anche per il papà, che questo bambino rapidamente – quanto è veloce il tempo! – ragazzino, giovane, uomo quando s’innamora se ne vada altrove. Una lacrima e un sorriso, dunque. La prima di commozione per il tempo che passa ed il secondo, benedicente, ben augurante: “Va figlio mio, il mondo è grande, conquistalo! La mamma e il papà non hai bisogno di conquistarli perché li hai conquistati dal primo giorno che ti hanno visto arrivare”.
Tuttavia, resta il fatto che i figli che crescono e a un certo punto si allontanano da casa è qualcosa che costa dolore: “era così bello vederli lì vicino, lì accanto!!” Questa quotidiana bellezza ci viene a mancare e quindi ogni gioia in meno è un dolore in più e viceversa ogni mia gioia in più costa un dolore perdonato da chi t’ha voluto bene e messo al mondo. Sapendo che quando mettiamo al mondo i nostri figli, i nostri nipoti, mettiamo al mondo coloro che ci daranno sepoltura. E’ così, nel modo in cui l’ho imparato da un maestro, che provo a descrivere il DOLORE SANO.
Sfortunatamente, anche il dolore si può ammalare e diventare angoscia. Mentre il dolore sano è un sentimento democratico che lascia libertà agli altri colori dell’arcobaleno affettivo, l’angoscia non è come il dolore una banda cromatica tra gli altri colori degli affetti: è un’onda nera. Il nero non è un colore, ma la mancanza di luce.
Così ci sono molti modi per descrivere la vicenda psicoanalitica, uno tra questi potrebbe essere il seguente: è una procedura che tende a ripristinare i colori dell’arcobaleno degli affetti, ma anche il dolore è un colore tra gli altri nell’arcobaleno degli affetti. Sì, recuperare tale arcobaleno nei luoghi dove non c’è colore ma c’è il nero è il senso di un’analisi.

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